mercoledì, 11 novembre 2009

Ognuno ha la sua maniera preferita di svegliarsi al mattino: c'è chi ama destarsi con la musica, chi con un buon aroma di caffè. E chi invece (un nome a caso, ma tanto lo sapete perciò è inutile) con le urla di Geghe che arrivano dalla cucina.

Sara, con ancora le scorie radioattive della cena sullo stomaco, si alza rischiando l’infarto, scivola sulla cuccia del cane anziano e corre verso il luogo del misfatto calzando una sola ciabatta. La scena che si presenta ai suoi occhi ricorda il diluvio universale con l’unica differenza di non sentirsi affatto al sicuro pur trovandosi già nell’Arca. L’allagamento (causato inizialmente dall’occlusione del tubo di scarico della lavatrice**) ha coinvolto un po’ tutte le condutture fognarie della magione: l’effetto finale è quello da acqua alta a Venezia, per intenderci.

Mentre il bestiame zampetta allegramente nell’invaso abbeverandosi qui e lì, Sara si appropinqua all’armadietto dei medicinali cercando il tranquillante più adatto per evitare una strage (chi almeno una volta non si è domandato se, con una bella fucilata, non potesse risolvere tutti i propri problemi  in un colpo solo?).

Dopo aver momentaneamente tamponato la situazione (Dio solo sa come io sia riuscita a trovare la chiave di arresto dell’acqua) e aver prontamente intimato a Geghe di ripulire la casa (all’inizio, lo ammetto, usavo il bastone ma adesso basta lo sguardo) Sara si dirige al lavoro.

Dopo un paio d’ore arriva un vibrante sms: Tutto a posto, stai serena, adesso stendo la lavatrice. L’appuntamento con l’idraulico è alle 17 alla chiesa del Cep*.

Sara: Dammi il numero così lo chiamo, alle 17 non posso.

Geghe: Non puoi chiamarlo perché non ha il cellulare perciò devi andare. Lo riconosci perché ha una Panda bianca. Non farmi fare figure perché è un amico.

Alle 17 Sara è al Quartiere*  nel cuore di una popolazione primitiva che vive in case coniche con tetti di paglia la cui economia, di pura sussistenza, si basa principalmente sul baratto (delle sigarette di contrabbando). L’Idraulico arriva all’appuntamento direttamente dal XVIII secolo attraverso una breccia temporale: porta con sé una pompa ad aria compressa, una tenaglia, soda caustica quanto basta ed un pappagallo.

Eccolo qui lo stimato professionista.

Idraulico: Dottoressa, mi ha chiamato l’amico tuo. Io vengo ma poi mi devi riportare a casa perché la macchina me l’hanno sequestrata.

Sara (maledetto quel giorno, maledetto): Sali.

Nel tragitto la situazione la conversazione procede spedita.

Idraulico: Dottoressa, mi ha detto l’amico tuo che hai un cane. Vedi che io ho paura  eh. Legalo altrimenti non scendo.

Sara: E’ così che ti ha detto? Che ho UN cane?

Idraulico: Sì, perché quanti ne hai?

Sara: Li chiudo, non ti preoccupare. Come mai ti hanno sequestrato l’auto?

Idraulico: Mio figlio. Appena ha preso la maggioranza ha voluto l’auto. E io gliela ho data. Ma a me aveva detto che aveva preso la patente. Che ne sapevo io?

Arrivati a destinazione Sara chiude due cani in auto ed uno nel loculo dove giace la caldaia sperando in una esplosione.

La prima fase vede impegnati sia l’idraulico (che suda molto più delle proverbiali sette camicie per sparare l'aria compressa nel lavello della cucina), sia Sara - a cui è gentilmente chiesto di tappare lo scarico della doccia con il piede, quello del lavandino con una mano e quello del bidet con l'altra.

Nel frattempo ha luogo il seguente forbito dialogo:

Idraulico: Dottoressa, malìmurtcatin, che ci ha buttato nello scarico?

Sara: Assolutamente nulla.

Idraulico: Dicono tutti così. Una volta ci ho trovato addirittura i gusci delle cozze.

Sara: Ma se io non cucino nemmeno.

Idraulico (guarda il manico cremato della caffettiera): E si vede, Dottoressa.

Nel frattempo arriva Geghe e Sara ne approfitta per porsi giusto un attimo davanti al monitor (l’attimo di Sara  nel caso sia riferito al web è quel lasso di tempo che varia dai 45 ai 900 minuti).

Dopo appena due ore Geghe e l’Idraulico fanno la loro comparsa nello studio (eufemismo, è che non saprei definire in altro modo una stanza in cui si trovano 3 brandine, 4 ciotole, una scrivania ed un camino): sono sudati ma evidentemente vittoriosi.

Idraulico: Il problema è che lo scarico della lavatrice è troppo lontano dal pozzetto del bagno. Non  te l’ha detto l'architetto che era troppo lontano?

Sara: …

Idraulico: Non è che tu sei un architetto, vero Dottoressa?

Sara: No, giuro, faccio altro.

Idraulico: E che fai Dottoressa?

Sara: mi occupo di … ehm.. medicina.

Idraulico: E a voi medici non vi hanno imparato che non si lavano le cose dei cani nella lavatrice delle persone?

Intervento fuori campo di Geghe: No, ma che cani, quelli sono i vestiti miei.

Ecco, alla faccia dei dinosauri, del fuoco e dell’evoluzione.

 

P.S. Il miracolo non é stato (solo) la risoluzione del problema fognario ma anche la parcella. Dieci miseri euro. Per sdebitarmi gli ho regalato una bottiglia di prosecco che riservavo per altre occasioni meno nobili. D’altronde in un mondo che sembra fatto per tutti tranne che per gli onesti cos’altro puoi fare se non alzare un po’ il gomito?

 

** Ho come il sospetto che la mia sia stata costruita a Mirafiori con gli scarti della Duna.

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martedì, 03 novembre 2009

Stato dell’Arte:

Il tatuaggio, insieme al body building e alla Nutella, è una sagace invenzione ideata dall’uomo per deturpare il proprio aspetto fisico. La tecnica viene messa in atto da un serio e professionale animale primitivo denominato “tatuatore” che tramite un ago inocula nel derma, insieme al pigmento, anche tante simpatiche malattie, quali l’AIDS, l’epatite, e chi più ne ha più ne inietta. L’ago viene inserito obliquamente per provocare il maggior dolore possibile e successivamente vengono iniettati pigmenti dai colori pastello quale il viola lutto deprimente o il verde ramarro morente.

Siffatte punizioni corporali sono assai diffuse fra gli annoiati abitanti dei paesi civilizzati in cerca di nuove inutilità di cui vantarsi e possono variare da piccole decorazioni floreali sino a rappresentazioni in scala 10:1 dell’intero affresco della Cappella Sistina. Il tatuaggio è solitamente per sempre, come i diamanti. Solo un filino meno prezioso anche se, a onor del vero, ugualmente costoso.

 

Materiali e Metodi.

In un ventoso pomeriggio di Ottobre Sara diviene preda del raptus del tatuaggio, proposito già meditato negli squallidi weekend trascorsi al ristorante.

Si trova quindi ad affrontare innanzitutto il dilemma della scelta. I tatuaggi più comuni nei paesi occidentali, caratterizzati da linee nette e squadrate come il disegno di un bambino, rappresentano solitamente soggetti semplici come rose, pugnali, simboli, acceleratori di particelle e ricette della nonna che mal si prestano a stigmatizzare il crescente bipolarismo della Vostra.

I Tribali vengono scartati a priori così come i Giapponesi (non male, per carità, però il timore di ritrovarsi scritto per sempre sulla pelle qualcosa del genere per ulteriori informazioni sui nostri nuovi frigo a pedali chiamare il numero verde ti fa – stranamente – desistere dall’impresa).

La Vostra passa così una intera nottata a sfogliare i 22 tomi dell’Enciclopedia delle Arti in cerca di ispirazione.

 

Risultati:

Sara si reca all’appuntamento con l’animale primitivo, ovvero il tatuatore, ovvero colui che in città vanta una lista attesa più lunga di un cardiochirurgo di fama. Grazie alle conoscenze di Jay l’appuntamento viene fissato nel primo pomeriggio (pare che in passato il mio coinquilino truffaldino abbia fatto riavere al tatuatore il motorino, già oggetto di furto, all’irrisorio costo di cinquecento euro. Lo dico sempre io: nella vita tutto sta a scegliersi gli amici giusti).

Dalla sala operatoria esce una diciottenne che si è appena tatuata le iniziali del fidanzato proprio mentre una neomamma si appresta a farsi incidere le iniziali del figlio. Sara per un attimo pensa di farsi intarsiare il nome di (tutti i suoi) cani ma fortunatamente l’eccessiva lunghezza dell’opera spinge la stessa ad accantonare l’idea.

Dopo un’attesa di appena due ore Sara varca la porta della agognata sala torture. Dà un’occhiata distratta al tavolo di lavoro su cui proliferano batteri grossi come gatti persiani e si accomoda.

 

Discussione:

Sara, che di natura è una perfezionista stracciamaroni, cerca di dispensare consigli al Tatuatore ma un inequivocabile gestaccio dello stesso pone fine alle trattative (non è una testa mozzata in stile Corleone ma diciamo che il messaggio parla comunque chiaro).

L’intervento dura appena un paio d’oro e prima di tornare alla cosiddetta vita civile la Vostra si specchia soddisfatta rimirando il suo braccio appena incellophanato: sembra che abbia appena finito di elemosinare al semaforo e in fondo va bene così.

 

Bibliografia:

Ti scrivo con pazienza, restringendo il tempo o dandogli spazio pur di perpetuare il nostro favellare, ma questa inesorabile attesa – e di cosa poi – fa risuonare implacabile il silenzio dei tuoi passi che mi seguono di stanza in stanza. Non è nostro destino, forse, quello di lasciarci.

Alice rise: È inutile che ci provi – disse - non si può credere a una cosa impossibile.

Oserei dire che non ti sei allenata molto – ribatté la Regina.

 

Curiosi eh?

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categoria:arte, , ill in love
venerdì, 30 ottobre 2009

Traccia:

Quando il mondo era un posto meno cialtrone di quello attuale la tendenza non era quella di vivere allegramente al di sopra dei propri mezzi economici bensì di tirare mestamente la cinghia anche in campo alimentare. Con buona pace delle palestre e dei centri benessere. Adesso il trend è nettamente invertito e prevede che la femmina allocca si sfinisca in una serie di processi di ricostruzione estetica per raggiungere così l’accattivante traguardo di apparire vecchia e sfatta oltre che grassa.

 

Svolgimento:

Sara, complice un mal di schiena di origine calzaturiera da tacco 12 (assai arrapante, per carità, però deleterio) ed i preda alle solite pruderie da manutenzione armonica (brutta cosa essere afflitta da una tenia) decide di darsi al fitness ed alla meditazione.

Riposta senza troppo rammarico la collezione 2008-2009 di aspiranti fidanzati, Sara volendosi tenere anni luce lontana dall’habitat forzatamente giovanilista delle fichissime palestre frequentate da Vogliosara sceglie di darsi allo yoga.

Il luogo prescelto è una sorta di prefabbricato, all’interno di un edificio di chiara matrice abusiva, consigliato da una sapiente amica che in passato ha avuto il privilegio di condividere con Geghe l’esperienza mistica degli  hare krishna (e con questo ho detto tutto).

Preso atto che il passaggio degli autobus è legato alle fasi lunari Sara decide di avviarsi a piedi con il fedele amico Ipocondriaco, sfortunato in amore almeno quanto Alan Ford.

L’overture parte già all’arrivo. Suoniamo e viene ad aprirci Lurch in persona. L’Ipocondriaco appare sgomento ma cerca di darsi un contegno.

Siamo in anticipo perciò la segretaria (una induista con una vistosa infezione da piercing in bella mostra) ci fa accomodare intimandoci di spegnere i cellulari: attendiamo così l’inizio della lezione sorseggiando rinfreschi equosolidali venduti allo stesso costo di una decina di moijto in un bar di Via Condotti.

L’Ipocondriaco (che ha accettato di accompagnare Sara solo perché allettato dalla netta prevalenza femminile tra i partecipanti al corso) paragona giustamente i soggetti presenti agli indimenticabili squinternati del Gruppo TNT.

All’appello si contano:

Una insegnante etnica dagli alluci valghi;

Una apprendista insegnate etnica anch’essa con alluci valghi;

Un ragazzo giovane, decisamente coatto, per niente amante della cultura se per cultura intendiamo qualcosa di diverso dalla fede calcistica, sicuramente finito qui per mero caso (la distrazione di Dio è sempre stata leggendaria);

Uno psichiatra disturbato con figlio minorenne che soffre di accessi di ira e che si diletta nel mandare pubblicamente affanculo il padre per tutta l’ora;

Una depressa devastata dal recente divorzio che verso la fine della lezione scoppia a piangere;

Una anziana signora che rifiuta lo scorrere del tempo (per capire quanti anni ha una sequoia non c’è bisogno di tagliare il tronco e contare gli anelli: basterà guardare il collo);

In altre parole l'insieme delle creature di sesso femminile ricorda complessivamente la molteplicità degli esseri umani presenti sulla terra prima della comparsa del piccione*. Il loro valore estetico è prossimo allo zero e questo, volendo, spiega perfettamente perché nel quartiere in giro di sera siamo rimasti solo io, i cani, i pakistani ed i tossici.

L’Ipocondriaco non appare particolarmente entusiasta ma mantiene il suo aplomb.

Sdraiate sul duro linoleum ci sono un po’ tutte le cifre del fallimento di una democrazia: dal ceto medio che è inesorabilmente scivolato verso la povertà all’incallito poveraccio intellettualoide. Tutti supini in cerca dell’orizzonte di un riscatto, tutti malinconicamente affezionati alle loro illusioni, compresa quella di non lasciarsi comandare da esse.

Nell’aria un vago odore di muffe, raffinerie e grotte di salnitro: nella maggioranza dei casi, l’infermità mentale resta l’ipotesi più benevola. Almeno fino a quando il disturbato di turno non avrà dimenticato di assumere il suo litio e darà in escandescenze.

In sottofondo una radio che prende male tutte le stazioni, tranne una che trasmette musica indiana. In questa condizione di intense profezie l’insegnante discetta del suo venerabile maestro indiano con una preoccupante esaltazione mentre il gruppo di scalcinati aspiranti yogini cerca di disporsi in posizioni allettanti quanto quelle causate da un colpo della strega.

Lurch con il suo completo da becchino a questo punto sembra l’unica luce percepita in fondo al tunnel di grottesca disperazione occidentale.

Insomma non so se l’avete inteso ma ho finalmente trovato il posto adatto a me. Ed è per questo che ho rispolverato la mia attitudine maniacale tornandoci quasi ogni sera.

Le evoluzioni estetiche però ci sono e risultano a dir poco evidenti: se fino a qualche settimana fa avessi chiesto per strada informazioni molti di voi avrebbero ceduto il portafoglio impauriti dal mio aspetto, adesso invece mi fissano le tette.

E nel complesso direi che non è poco.

 

*Dicesi piccione l’elemento femminile esteticamente gradevole comparso, dopo la rivoluzione industriale, sui rotocalchi patinati dell’intero globo.

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categoria:fitness, tette, ipocondriaco
mercoledì, 21 ottobre 2009

Lo so, avete ragione, stare sempre lì a menarla con i miei ameni mazzi privati inizia a diventare imbarazzante. Ma questo vi tocca.

Premessa.

Le basi della casalingletudine* prevedono che quelle poche, oneste domeniche non impegnate al ristorante vengano trascorse in casa. Sì esatto, quella stessa casa_1971 in cui convivono a turno vari disadattati, 4 cani, un gatto, policrome muffe, molteplici parassiti ed un geco. E già questi sarebbero giustificati motivi di inquietudine.

In più Sara odia i weekend.

Non perché sia una fottuta misantropa (figuriamoci) ma solo perché nei festivi le due versioni di Sara, quella normal (nei limiti) e quella extraordinary, convivono e si innestano con modalità assolutamente random.

Prologo.

Sabato sera.

Sara torna a casa dopo una giornata trascorsa a spignattare al ristornate, apre il frigo che sa di scantinato e dopoguerra e lo trova desolantemente vuoto. Nel breve tragitto che va dal congelatore alla lavatrice Sara si spoglia distrattamente lanciando gli indumenti qui e lì alla rinfusa e dedicandosi alla ricerca delle ciabatte. Ne trova solo una. Non ha tempo e voglia di cercare la gemella, e poi la claudicanza le dona un’aria ancor più naif (Capisco che per l’utente medio di questa Community immaginarmi seminuda sia causa di eiaculazione precoce ma cercate di ricordare che se sono ancora single alla veneranda età di 38 anni un motivo ci dovrà pur essere).

Così discinta Sara apre la dispensa. Che disdetta: non c’è nemmeno quel troiaio di curry e tamarindo in busta che la Nostra è solita mangiare. Nell’angolo, dimenticata da Dio e dagli uomini, giace una confezione da 500 gr di prugne Jumbo denocciolate, comprate in preda ad una ciclica foga salutista. Bene, a questo punto piazzatevi davanti al computer con la vostra scatola violetta e mangiatene quasi tutto il contenuto, leccandovi accuratamente le dita tra una prugna ed un tasto.

Il giorno dopo

Vi sveglierete a causa di strani rumori e vibrazioni che solo dopo parecchi minuti riuscirete a ricondurre al vostro intestino. In preda al panico avrete la forza di chiamare l’Ipocondriaco avendo cura di allertarlo circa la vostra situazione (Ti prego corri ho una colica, porta tutti i medicinali in tuo possesso). Trenta secondi dopo entrerete in bagno per non uscirne prima di quarantacinque minuti. Al termine dei suddetti quarantacinque minuti vi alzerete dalla tazza deboli e provati, vi appoggerete  al muro e con una mano vi asciugherete il sudore freddo che vi ricoprirà la fronte. Poi vi girerete e allungherete la mano verso lo sciacquone. Ed è ora che vi chiedo di fermarvi e di non guardare giù. Per il vostro bene, si intende. Dentro di voi intanto diverse divinità indù verranno orribilmente lese nella loro dignità millenaria.

Appena fuori dalla riservatezza delle vostre piastrelle nello specchio vedrete riflesso un uomo atterrito. Si tratta dell’Ipocondriaco, accorso in vostro aiuto ed entrato silenziosamente in casa portando seco un borsone di farmaci salvavita. 

Mentre lui sarà lì lì per svenire, voi ingurgiterete a caso i primi antispastici ravanati nel borsone (per una volta si tratta di medicine non scadute perciò sarà buona cosa approfittarne). Il resto della domenica verrà trascorso su una sedia a dondolo a leggere Shakespeare sotto la fioca luce di un lume chiedendosi se nella vostra vita sarete ancora capaci di guardare un barattolo di prugne nella stessa maniera.

E qui il discorso diventa più complesso e possibilista perché dopo incidenti diplomatici di una certa gravità e insensatezza gli astri sembrano allinearsi per permettere al vostro intestino di ritrovare la sua naturale irregolarità.

Epilogo (Che naturalmente non c’entra nulla con il resto della storia).

In tutto questo sappiate che Sara, alle ore 19.05 del 19 Novembre 2008, stava transitando in Viale Japigia.

Volete sapere come lo so?

Semplice: la Polizia Municipale di Bari me lo ha comunicato tramite una simpatica raccomandata al modico prezzo di 80,12 euro.

Approfittando delle prestigiose alterne vicende del destino mi sono anche trovata un avvocato, al fine di non lasciarmi sfuggire la possibilità di trasformare la multa in una sorta di racconto fantastico.

L’esito della causa è naturalmente scontato.

E volete sapere come so anche questo? 

Semplicissimo.

Vi basti sapere che la segretaria di quello straccione di avvocato che mi sono trovata arrotonda lo stipendio facendo la cartomante. Ecco, vi basti questo.

 

*unione di casalinga fallita e singletudine.

 

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sabato, 17 ottobre 2009

Sara: Presidente è sempre un grande onore per me averla qui.

SB: Io sono l’Unto del Signore: non crede anche lei ci sia qualcosa di divino nell’essere scelto dalla gente?

 

Sara: Molti italiani hanno visto le rivelazioni sulle prostitute ospitate a Palazzo Grazioli con indulgente divertimento.

SB: E hanno fatto bene. Quello che è accaduto negli ultimi due mesi è stato infame, indegno, incivile e gli italiani debbono saperlo. Come diceva Giulio Cesare, i nemici devi radunarli e sistemarli tutti in una notte sola.

 

Sara: Era Machiavelli, Presidente, non Giulio Cesare. Ma non divaghiamo, la prego.

Per me Berlusconi era proprio come un parente. La fiducia che aveva in me era pari a quella che io avevo in lui e nella sua famiglia. A Berlusconi ci voglio bene, fino ad oggi. E’ una persona onesta scrivetelo. Presidente, ricorda chi le ha dedicato queste commoventi parole d’affetto?

SB: Potrebbero essere state pronunciate da chiunque mi abbia conosciuto di persona.

Sara: Naturalmente. Nello specifico però si tratta di Vittorio Mangano, boss della famiglia Porta Nuova.

 

Sara: Si dice che Lei sia stato in passato membro della P2.

SB: E’ stato un increscioso quiproquo: quando mi arrivò la tessera della P2 rimasi offeso perché sopra c'era scritto "apprendista muratore": ma come, io già all’epoca ero un costruttore affermato!

 

Sara: Presidente, Lei all'Italia ha promesso in passato un milione di nuovi posti di lavoro in due anni. Un po’ mi ricorda quell’altro grande statista. Ha presente?*

SB: Non so a chi si riferisca, Signora, d’altronde io lavoro 27 ore al giorno e a differenza sua non ho la possibilità di seguire il gossip con la dovuta attenzione.

 

Sara: Appena una decina di anni fa Lei, Presidente, ha definito Bossi un pericolo per l’Unità Italiana, uno sfasciacarrozze, un folle, un incidente di percorso sulla strada della democrazia.

SB: Non ho mai criticato Bossi, siete stati voi giornalisti a dirlo.

 

Sara: La verità è che se Berlusconi non fosse entrato in politica, se non avesse fondato Forza Italia, noi oggi saremmo sotto un ponte o in galera con l’accusa di mafia. Col diavolo che portavamo a casa il proscioglimento nel lodo Mondadori.

Cosa pensa, oggi, delle profetiche parole di Fedele Confalonieri?

SB: In Italia c’è un’internazionale giacobina dei giudici pronta ad agire, agiscono con precisi obiettivi politici e il mondo sembra andare alla rovescia. Si proteggono i delinquenti e si perseguono le persone per bene… potrebbe capitare ad ognuno di voi… Ci vuole un arbitro che faccia rispettare le regole, questa non è democrazia. Poi non importa quello che dico io, importante è quello che pensano gli italiani: i cittadini vedono e ne hanno le scatole piene.

 

Sara: Presidente, dopo la bocciatura del Lodo Alfano il Times le ha suggerito di presentare le dimissioni.

SB: La solita stampa comunista: c’è una centrale italiana della sinistra che si mette in contatto con gli amici nei vari paesi, che attivano altri giornalisti e giornali amici per costruire critiche contro di noi. Secondo i miei sondaggi sono al massimo del consenso.

 

Sara: Presidente, la promessa di rispettare il verdetto della Corte…

SB: MI CONSENTA. L’accanimento delle toghe rosse minerà il mio onesto e operaio mandato così come il Processo Andreotti in passato ha offeso la dignità dell'Italia, l’appeal dei nostri prodotti e persino il Made in Italy. E se ne accorgeranno anche le persone di parte come Lei, più intelligenti che belle, no più belle che intelligenti, no vabbè, mi ha capito. Adesso con il suo permesso andrei a fare i miei soliti esercizi spirituali alle Bermuda. Con i suoi soldi, mia cara Primula Rossa, se lo ricordi. Ma tornerò, eccome se tornerò, ove possibile con più grinta di prima. E saprete allora di che pasta sono fatto.

 

Sara: La ringrazio per essere intervenuto, Presidente.

SB: E poi, diciamolo, avere tre televisioni mi ha danneggiato.

 

C’era una volta la Costituzione.

La bocciatura del Lodo Alfano è solo una parziale e timida riparazione del danno inferto al potere giudiziario dal potere politico.

Potere politico che ha affondato la Prima Repubblica e successivamente è diventato barzelletta del Governo Berlusconi.

Tuttavia questa illegalità elevata a regime, nutrita anche (ma non solo) dal consenso popolare plasmato via tv, non smetterà oggi di causare rovine, tutt’altro, perché i danni maggiori li farà adesso, nel momento in cui la disintegrazione della litigiosa sinistra ha convinto i più dell’impossibilità di una vera alternativa.

A questo si aggiungono, naturalmente, gli elettori. Ovvero gli italiani alle urne. Ovvero gli uomini e le donne che hanno raccolto l’eredità dei loro avi, caduti per la patria e perché i loro discendenti potessero acquisire il diritto universale di esprimere le loro coscienziose e meditate preferenze politiche.

Ao! Berlusconi è er mejo, è na forza, ao! Ma che je volete dì? ed in questa frase è riassunto tutto il loro pensiero politico. Un po’ pochino, è vero, ma questo è quello che abbiamo, e loro sono le mani che infilano la scheda elettorale nell’apposita cassetta raccoglitrice.

 

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categoria:lintervista
giovedì, 08 ottobre 2009

 

Che resti tra noi, ossia tra me e voi cinque frequentatori di questo blog: stavolta Sara si è superata.

Ma procediamo con ordine.

Quando Sara è in un periodo di insoddisfazione lo si capisce essenzialmente dai capelli e dalla casa. Per quel che riguarda i primi basti sapere che attualmente l’immagine della Vostra che più si avvicina alla realtà è quella di una sorta di Cenerentola quarantenne querula ed irsuta (come mi ha gentilmente confermato un amico qualche giorno fa) mentre per la seconda il trend attuale, non essendoci la benché minima voglia e/o tempo di andare a caccia di germi, è quello di rendere l'alloggio più confortevole (più confortevole per i batteri, intendo. Esempio: oggi ho pulito il bagno, ma non ho ancora fatto il letto, e non è detto che lo faccia).

Ma non usciamo dal seminato. Causa un inaspettato seminario lavorativo Sara è costretta ad organizzare in meno di 24 ore un viaggio a Roma e, per la prima volta nella sua vita, decide di prenotare tutto online.

Così, di buon’ora, Sara saluta i cani, il gatto, il geco (a proposito, è ancora vivo e lotta insieme a noi), dà un’ultima occhiata alla casa (all’appello mancano tutti i piatti piani ma basta lasciar cadere lo sguardo sui sottovasi dei bonsai di Jay per trovare il nesso) e si incammina verso la stazione trascinandosi seco una migna borsetta per le trucche personali pari al peso di 2 Brunetta (nuova unità di misura).

 Arriva così a destinazione sperimentando la normale condizione dell’italiano medio alle urne ovvero quella claudicanza da sfiancamento che ti spinge a fiondarti sul primo treno disponibile nella speranza di stare (perlomeno) seduti da qualche parte.

Fischio di prammatica ed il convoglio parte giusto quando  la commozione data dal vedere una presa elettrica funzionante su un Eurostar induce Sara a  rivedere il suo giudizio sulle ferrovie dello Stato (si sa, bisogna essere pronti ad adottare un punto di vista diverso di fronte all’evidenza, d’altronde anche  Pinochet è stato un ottimo uomo di stato, se visto dalla prospettiva di un fabbricante d’armi). Di fronte un distinto ottantenne, cappello e paranoia da perdita della valigia informa Sara della destinazione finale.

Torino.

Lui,  evidentemente, non spende soldi con una connessione internet e si rivolge alle agenzie (non sono sarcastica).

Vi sono cose che non si riesce a credere che debbano ripetersi all’infinito ed invece, cara figliuola, rieccoti nella vecchia fogna: stavolta sul treno sbagliato e con la bellezza di 12 euro e 40 centesimi in tasca (ecco il perché, ieri, di quella stella cometa con tanto di coda zeppa di presagi, avrei dovuto capirlo).

La rimanente parte del giorno viene trascorsa tra ortiche alte esattamente quanto Erba con al seguito la salma sottoforma di bagaglio (sì, sempre quella del peso di 2 Brunetta) nella ridente stazione ferroviaria di Barletta, un luogo talmente angusto e privo di misericordia da indurre chiunque a ringraziare l’intero Creato per non esserci nato.

Dopo appena 5 ore Sara si accomoda (finalmente) nella giusta carrozza e si ritrova vicina di gomito di un ammasso di cenci appena uscito dal bidone della Caritas. Che disdetta, pare non abbia avuto la possibilità di lavarsi stamane – pensa magnanima la Vostra, giusto per sentirsi poco cool e molto di sinistra. Di fronte, incastrati sui sedili, due ardenti neofidanzati sul punto di fecondarsi come conigli: lui burino quanto un Corona di importazione, lei velinesca al punto giusto. A Foggia sale una sobria famigliola calabrese. Il loro arrivo è preceduto da garbate esclamazioni in un lin­guaggio misterioso che ancora non ha trovato il suo Champollion, no­nostante un secolo di tentativi eru­diti, meticolosi ed informatiz­zati.

Appena finito il giro di presentazioni (mamma Santina, zia Mena, figlio grande Oronzo e figlioletta piccola dal nome impronunciabile) i calabri offrono agli astanti la loro parca merenda, ovvero un panino con fagioli, melanzane, pollo e sugo di cozze, condito con una cremina pastosa, tipo mastice, ottenuta con ogni probabilità grazie alla stessa reazione chimica usata per produrre uranio impoverito.

Sara beve il digestivo della zia Mena (definirlo alcolico non è esatto, piuttosto sembra ricavato dalla benzina) ma rifiuta gentilmente la ventesima offerta mangereccia dichiarandosi vegetariana. Il fidanzato di fronte, una copia minore di Alvaro Vitali, esclama interdetto vabbè, sei vegetariana ma il salame  lo mangi no? La fidanzata lo corregge amorevolmente, capendo per la prima volta di essersi accoppiata con un cretino.

D’un tratto un boato. Una bomba – pensa Sara ingenuamente. Invece no, semplicemente si è svegliato l’ammasso di cenci e con esso il suo rumoroso intestino. Deve aver mangiato qualche bacca allucinogena perché si mette a sedere sul suo pagliericcio guarda Sara ed esclama, rapito: io ti ho sognata due notti fa, eri sul treno e dovevi andare a sposarti.

Sara risponde compita: E’ che a casa mia non c’è più posto.

 (Non so perché mi capiti così spesso di pensare una frase e di farmela uscire dalla bocca anche quando apparentemente non c’entra nulla. Credo sia un problema di freni inibitori. Questa cosa in passato mi ha anche fatto inquietare, ma poi ho pensato che sono altri e ben più gravi i motivi per cui dovrei seriamente preoccuparmi).

Per sviare il discorso si passa ad una interessante tribuna elettorale. Il fidanzato maschio è filo-Berlusconiano, la fidanzata femmina indifferente. Sara vorrebbe tanto chiudersi in bagno per fumare un sigaro ma il timore di prendere fuoco grazie ai vapori del liquore della zia Mena le fa cambiare idea.

Il giovine calabrese emette in un italiano incerto ma volenteroso un concetto che riceverebbe il plauso di Casini. In breve: di votare a sinistra DioMeNeScampi ma di dare la mia crocetta a Berlusconi proprio non me la sento.

Sara annuisce convinta: d’altronde perché punire così severamente gli elettori? Non è che solo perché uno è di centro-destra deve avere come unica alternativa, quando va alle urne, quella di votare un pregiudicato o una mignotta, e no che non è giusto. Il viaggio comunque procede sereno e al termine Sara giunge all’acquisizione di un’altra grossa scoperta scientifica, ovvero il potere lassativo del liquore della Zia Mena. A distanza di 24 ore. Ovvero nel momento clou del seminario oggetto del viaggio. Giusto quando Sara si trova con un microfono davanti ed una platea di sfaccendati accademici alle spalle.

E con questo è tutto. A Voi, studio.

 

P.S. Posso tutto sommato capire che il mio aspetto inquietante (l’abbigliamento, i piercing, lo sguardo, tutto quanto insomma) vi spinga ad ignorarmi ma quando prendete i mezzi pubblici, di qualsiasi tipo, evitate d'ingannare il tempo passandovi l’unghia del mignolo fra i denti o utilizzando indice e pollice per estrarvi l’ala di pollo che vi è rimasta incagliata tra i denti la sera precedente, ve lo chiedo per favore.

 

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categoria:viaggi, sfighe
martedì, 06 ottobre 2009

Un romanzo che arriva dopo due volumi di racconti (ricordate Guappetella, 'O stuort' e il fuoco vivo?) e ha come protagonista una quarantenne insegnante di una scuola serale che si ritrova nel limbo delle incubatrici dei monitor e dei camici bianchi di un parto prematuro.
Dalle aule zeppe di camionisti che faticano su Dante e Leopardi per conquistarsi la terza media alle infinite, lentissime ore trascorse in un territorio intermedio fluttuante tra i corridoi dell'ospedale, Maria prende confidenza con la morte in una lunga, estenuante attesa, bianca e femmina, che diventa per lei l’unica cosa veramente sua.
In bilico tra speranza e paura, esattamente come la sua Napoli come al solito ingombrante e zeppa di tracotanza, questo personaggio complicato riscopre tra le fatiche della vita che cosa la tenga ancora in vita in un mondo pericolante.
Lo spazio astrattamente libero davanti all'oblò dell'incubatrice diventa occasione per dare ascolto ai libri e alle facce che le hanno riempito la vita e che tornano a parlarle nel momento in cui la necessità dà ascolto alla loro voce indulgente affinché ad un dramma non debba aggiungersi altra sofferenza.
Una penna febbrile, lieve ma coinvolgente, sempre fiera del suo sapersela cavare nella mischia e appesa con testarda volontà a quell’esile filo di speranza che vorrebbe ci fosse più di un modo per nascere, sopravvivere e morire. C’è qualcosa in quelle paginette intimamente correlata al saper scrivere e a quel salto che tanti speravano che Valeria Parrella riuscisse a fare.
E’ una autrice che trova quel che le manca senza nemmeno prendersi la briga di andarlo a cercare in un mondo che sembra non le piaccia mai davvero fino in fondo: c’è chi scrive per semplice sentito dire (Veronesi, ma non lo scriviamo) e chi invece per rimediare alle mancanze e rattoppare i buchi al fine di riprendere possesso dell’ordito.
Fa bene, la Parrella: se la vita non entra nei libri non hai concluso niente. L’impressione netta che scaturisce dall’ultima fatica di questa scrittrice napoletana appena diventata madre è che le cose accadano da sé e nostro malgrado, considerazione forse un po’ triste ma decisamente vera quando capita che un accidente si metta di traverso.
Il dialetto umanizza un libro sicuramente vivace ma meno scugnizzo di quel che ci si aspettava seppur carico di una scrittura che va finché non riesce a trovare il nocciolo, tenendosi stretta l’unica cosa che valga la pena insegnare ad altri: se stessa.

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categoria:recensioni
mercoledì, 30 settembre 2009

Cara Pink Moon,

vivo in una confusione perenne ed ho bisogno di aiuto. Sono una donna di 40 anni che come tante vive una situazione sentimentale abbastanza conflittuale. Ho sempre avuto nella mia vita piccole e fugaci relazioni, a parte un paio un po’ più durature ma tutte terminate perché dopo un po’ mi annoio di tutto e di tutti... Tre anni fa reduce da un lungo periodo di solitudine, stufa di stare sola ho iniziato a cercare qualcuno e l’ho trovato con mia somma meraviglia. Uomo serio, professionista, colto, carino, elegante. Ed ecco che dopo qualche mese, quando lui già si legava a me a filo doppio, riemergono i miei vecchi problemi e comincio a scalpitare. Che faccio? Lo lascio? Per farla breve ti dico che sono passati 3 anni caratterizzati da miei continui alti e bassi e tira e molla. Tre mesi fa, in un periodo di stanchezza totale incontro un uomo (sposato) molto stravagante che mi travolge come un vortice e sconvolge totalmente la mia esistenza e ne divento l’amante. Questa situazione intanto mi incoraggia a lasciare il mio ragazzo e così faccio, proprio nel momento in cui lui mi chiede di sposarlo.

Intanto continuo la relazione con il mio compagno anche se con molta, molta freddezza: a differenza mia lui non si emoziona per nulla, mi pone davanti a continui paragoni con le sue ex, tutte più belle, più giovani, più intelligenti. Mi paragona persino alla moglie, di cui dice di avere grande stima nonostante verso di lei non senta più amore. Non nutre interesse per la mia vita, il mio passato,  il mio presente. Eppure il solo guardarlo mi provoca un brivido che mi ripaga di tutte le sue mancanze, e persino del suo continuo ripetermi che è troppo tardi perché nasca un amore tra noi due.

Dammi un parere. Cosa faresti al mio posto? Ho paura di andare avanti tutta la vita in questa situazione di stallo che non mi permetterà di realizzare un bel niente. A volte vorrei tanto essere altrove, mi sento così mortificata!

Laura

 

Risponde Pink Moon:

Mia cara Laura temo che in fondo nella tua vita finora tu non abbia davvero amato nessuno, forse ti spaventa la routine, la quotidianità, che inevitabilmente porta un rapporto di duratura convivenza. Certi compromessi li accetti solo se trovi l'uomo della tua vita, se ami e senti di poter condividere tutto con lui, anche la monotonia. Non illudiamoci: tutti i rapporti all'inizio ci fanno battere il cuore, meno ti vedi e meglio stai con lui, tendi ad idealizzarlo, non hai tempo di vedere le cose che proprio non sopporti di lui, se siamo nella clandestinità poi… ancora meglio se subentra il gusto del proibito! Il problema é quello di far diventare un amante un marito. Il tuo lasciarti sopraffare dalla noia per tutto e tutti lo percepisco come una mancanza di volontà di crescita, inteso come la capacità di progettare e realizzare ai diversi livelli della propria esistenza, senza perdere di vista la realtà delle cose. La vita è fatta di scelte, ogni giorno. Anche le cose da realizzare sono delle scelte. Ricorda: nessuno sarà giusto per noi se non siamo anche noi ad essere giusti per l’altro!

 

Risponde Sara_1971:

Vorresti tanto essere altrove ed invece adesso sei qua, mi dispiace. Sei arrivata dopo Giovanna, dopo Enrica, dopo Anna, dopo essere stata follemente amata  proprio quando ti sei improvvisamente accorta di quanto lui fosse noioso, dopo esserti accidentalmente intrugliata del primo farabutto incontrato e dopo aver tristemente capito che l’inazione in amore è forse il peggior crimine.

Sei piombata qui quando non c’era davvero bisogno che arrivassi tu ad incasinare tutto, proprio adesso che con sua moglie tutto sommato andava benino, una donna paziente di cui lui ha tanta stima che gli regala la tranquillità di una casa ordinata e di una vita pulita. Troppo tardi per cedere alla tentazione di mandare tutto a quarantotto, troppo presto per aggiungerti alla sua collezione di storielle passate.

Gli sei antipatica il giusto: con la petulante costanza tipica dell’ex che rifiuta di esserlo, stai lì a ricordargli che Lui non è il vero protagonista di quella vita specchiata fatte di calze in filo di scozia e cravatte regimental che si era faticosamente costruito grazie ad un notevole processo di dissociazione. Che sia la natura dei bisogni a determinare il destino degli uomini?

Però.

Però nonostante tutto è stato l’unico ad infilzarti il cuore ed il cervello e insomma come si fa, la vita è così piatta senza una piega, senza un tirante… Si, è vero, non sei la madre dei suoi figli e non hai intenzione di fargli da badante, non ti ha conosciuto con i capelli castani e senza pancia ma - pensa un po’ – forse non gli saresti piaciuta nemmeno giovane e figa. Non sei salita sulla sua prima macchina e non hai condiviso il suo primo colloquio di lavoro, quello in cui ha sbagliato tutto ma poi, chissà perché, l’hanno preso. Non sai chi siano i suoi amici di infanzia e non ti interessa niente dei suoi amori morti e sepolti, anzi, se servisse distruggeresti le lapidi a mani nude. Non ti importa se adesso è dopo perché non vuoi il suo amore di prima, il suo essere stato brillante o sfigato, non ti interessa saperlo in disparte a giocarsi miliardi di occasioni (tutti si son giocati miliardi di occasioni,  figurati lui): lo vuoi per come è, con la pancia, i capelli grigi, con le rughe e il russare pesante, con le pessime abitudini da pigro indolente e burbero personaggio, con la sua incostanza e con il suo maledetto ripeterti di essere arrivata tardi. Vai a capir perché poi tu lo voglia.

Ma forse hai ragione tu.

Perché di quasi nulla resterà traccia, dei pensieri, dei ricordi fugaci, dei progetti e desideri, del dubbio, dei sogni, della crudeltà, di tutto ciò che si fa da soli e di cui non si prende nota, delle promesse fatte e non tenute in conto, tutto di dimentica e si estingue, tutto, tranne quel che si coglie nell’istante in cui quel fardello di vita che ti porti dietro diventa, finalmente, vertigine.

In bocca al lupo, baby.

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categoria:posta del cuore
mercoledì, 23 settembre 2009

Buonasera a tutti voi, affezionati pezzenti rimasti questa estate in città perché completamente al verde. Rieccoci all’atteso appuntamento con la nostra rubrica culinaria.

Tra le perversioni di Sara c’è anche una inusitata passione per la cucina estera così, dopo aver pasteggiato qualche giorno or sono con un saporito troiaio a base di zenzero, pesce crudo e riso scondito, cosa c’è di meglio di uno stuzzicante piatto di cous cous fatto in casa? 

Preparazione:

Indossare un grembiule ascellare e avvolgersi i capelli in un foulard come se si fosse in procinto di effettuare un sopralluogo al reparto di malattie infettive dell'Umberto I. Chiudere i cani in giardino. Vista l’afa il gatto, ormai anziano, verrà magnanimamente lasciato in casa. Ah, che pace quando i due ladroni non sono in giro. Stappare una birra e farsi un goccetto per festeggiare l’inaspettato nirvana. 

Tagliare la melanzana a fettine e la zucchina a rondelle spesse circa mezzo centimetro e grigliarle sulla piastra calda insieme al peperone tagliato a strisce.

Non facciamola troppo facile perché abbiamo saltato alcuni preliminari indispensabili. Pulire il tavolo su cui opererete (e già la cosa può richiedere una buona mezz’ora) quindi cercare da qualche parte una piastra. Perché è stata riposta sporca? Chiedersi chi sia stato l’ultimo ad usarla e darsi una spiegazione del motivo per cui, nonostante in casa vostra non  circolino carogne animali ormai da anni, su di essa siano presenti brandelli di grasso animale carbonizzato. Tenere a freno l’ira funesta che infiniti lutti addusse con un’altra birretta.

Nel frattempo le istruzioni per il gatto:

Siediti dietro il calcagno sinistro della cuoca, così facendo non puoi essere visto e quindi c’è maggior possibilità di essere calpestato. Quando ti verrà schiacciata la coda vivacizza il pomeriggio squarciando il silenzio con un urlo. Questo provocherà in risposta i latrati del branco confinato all’esterno e subito dopo il ritmico martellare di una scopa contro il muro della Vicina.  

Tagliare i pomodorini in pezzetti non troppo piccoli, sbucciare le carote e ridurle in strisce sottili, tostare i pinoli in padella per un paio di minuti.

Scivolate su qualcosa di viscido che ignoravate essere sul pavimento della cucina. Gesù, una perdita!!! No, Signore aiutami, non può essere di nuovo la lavatrice! Ma che strano, la perdita non sembra un gocciolamento, quanto piuttosto un avanzo organico. Seguire a ritroso la scia bavosa per arrivare ad identificare le viscere di un lucertola morta nascosta sotto il frigo. Redarguire in maniera decisa il gatto e disfarsi del cadavere in decomposizione. Sciacquarsi le mani, farsi un altro goccetto di birra. 

Nel frattempo le istruzioni per il gatto:

Per punire la sfacciataggine dell’umano che ha osato gettare la tua ultima preda di guerra fatti venire un attacco di colite e, nell’usare la lettiera, assicurati di buttare fuori più sabbietta possibile. Mostra la tua indisposizione intestinale prendendo pezzetti di cibo dal piatto e portandoli sul tappeto del soggiorno. Masticali un po’, riducili a brandelli e poi lasciali lì.

Mescolare le verdure e i pinoli in una scodella, aggiungere una manciata di prezzemolo tritato e condire con poco sale, pepe e olio extra vergine d'oliva. Lasciare insaporire.

To’ guarda, mancano i pinoli, pazienza, invece il prezzemolo dovrebbe esserci perché avete comprato la pianta qualche settimana fa. Guardare sul davanzale: c’è il vaso, e allora perché non c’è la pianta? Ricordarsi dell’ultimo discorsetto mistico di Geghe che vi chiedeva di non gettare i noccioli dei frutti che avevate mangiato, bensì di piantarli affinché il nocciolo (che notoriamente è una creatura bisognosa di far nascere il germe vivo che porta in sé) non soffra nel restare imprigionata  in un sacchetto della spazzatura.

Nel frattempo le istruzioni per il gatto:

Vomita nella riservatezza dell’armadio a muro, preferibilmente su una trapunta abbastanza spessa da non poter essere lavata in lavatrice. Allontanati in fretta dal luogo del misfatto ma solo per continuare a rigettare sul tappeto. Fai in modo di indietreggiare in modo che il vomito sia lungo esattamente quanto un piede umano nudo. Gira intorno a lungo in modo da lasciare impronte qui e là.

Cuocere il cous cous in acqua salata (per la proporzione acqua/cous cous seguite le istruzioni indicate sulla confezione) e lasciarlo riposare per cinque minuti.

Nel frattempo occupatevi di sbrigare una manciata di incombenze banali, quali pulire il vomito del gatto, lanciare nel cassonetto il vaso con il nocciolo mummificato, maledire il creato e via dicendo. Attenzione: tali amenità vanno intraprese dopo aver ricevuto una telefonata in cui Jay vi intima di fare spazio in bagno perché è in procinto di arrivare a casa con una pianta convalescente che ha bisogno di un ambiente fresco e umido (A volte mi chiedo se ho le visioni, o se qualcosa in quello che mangio quotidianamente è avariato, forse semplicemente sono stata presa da un incantamento da cui non sono ancora uscita e da cui è plausibile pensare non uscirò mai più).  

Aggiungere una noce di burro e sgranarlo bene con l'aiuto di una forchetta. Condirlo con il succo di mezzo limone e lasciarlo insaporire per circa cinque minuti. Unire le verdure al cous cous e mescolare. Assaggiare.

Il semolino dell'ospedale è più saporito, ma così alticci sarete perfetti per un bagno di notte. Ravanate nella borsa per cercare il costume che tanto successo ha riscosso su facebook e telefonate ad uno qualsiasi dei disperati raccattati in un anno di blog. Dopo mesi di lezioni di ricamo e oltre quattro chilometri di merletto avete capito che nel ruolo di casalinga vi sentite particolarmente inadeguate. E che la cucina in fondo in fondo è una di quelle esperienze bellissime che non farò mai più, come avrebbe detto il compianto Forster Wallace

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categoria:gatto, lezioni di cucina
mercoledì, 16 settembre 2009

 

Garbati misantropi che transitate per questi lidi vellicando le vostre peggiori frustrazioni, capita (raramente, per carità, ma capita) che Sara partecipi con l’amata (!) socia Erba, ad un ritrovo tra blogger, il cui solo e unico obiettivo non sia, per una volta,  l’accoppiamento.

Causale della convention è uno spettacolo teatrale in un ridente paesino dell’entroterra barese.

Erba e Sara si mettono in marcia di buon’ora, l’una bendisposta come una non più giovane marmotta, l’altra caratterizzata da una inusuale ipocromia del maquillage (sono passata dal viola schimmogghia al nero catrame balneare- la trasformazione in distinte trentottenni come vedete è ormai conclusa).

Dopo una gioconda caccia al tesoro per riuscire a trovare il teatro, conclusasi felicemente solo grazie all’intervento di uno degli attori (il fatto che un nordico mai stato in Puglia ci abbia telefonicamente condotte a destinazione la dice lunga sulle nostre capacità di orientamento - eppure siamo riuscite a sopravvivere ad Amsterdam da sole per 15 giorni… mah), Erba e Sara si accomodano in platea giusto in tempo per l’inizio dello spettacolo, fissato come da programma per le 21.30. Il luogo è suggestivo, la luna illumina il palcoscenico e una leggera brezza estiva rinfresca la serata.

Ore 22.00: i fastidiosi inceppi dell’equinozio autunnale giungono in largo anticipo costringendo la pelle al brivido. Gli anziani (Erba) indossano giubbotti e sciarpette, i giovani (Sara, in canotta e salopette) tentano di ripararsi alla meno peggio, nella speranza che il fortunale si estingua la più presto.

Ore 22.15: Tra gli astanti serpeggiano frasi veementi a mezza bocca che potrebbero far pensare ad indigene imprecazioni. Erba e Sara litigano cordialmente disputandosi una maglia che Erba pretende di usare come copricapo e che invece Sara reclama per le proprie nude spalle.

22.30: D’un tratto capisci che la serata ti cambierà per sempre i connotati alle tonsille: sotto il barocco elettrico da lampadine di paese l’atmosfera nella caverna è così allegra che quasi non ci si accorge dei ghiaccioli.

Ore 22.45: I pochi previdenti indossano piumino e scarponi da neve, gli anziani ed i bambini vengono condotti in salvo in barella. Peccato, perché lo spettacolo è bellissimo. Certo, lascia un po’ a desiderare l’acustica ma quando ci si accorge che il fastidioso ticchettare di sottofondo è causato dal ritmico battere dei denti di Sara la platea si mostra comprensiva.

Ore 23.00: il freddo ha sterminato ogni forma di vita. Gli attori, in particolare uno, hanno riscosso il plauso dei superstiti. Sara non riesce ad applaudire a causa di una fastidiosa paresi da congelamento ma trova la maniera di esternare la propria approvazione tramite un paio di scatarrate degne di Violetta Valery.

Ma la serata non è ancora finita perché aspetta il suo epilogo davanti ad una pizza (ma soprattutto al vino) con la compagnia al completo. A tavola si discute garbatamente della necessità di trovare un degno compagno a Sara (mi dovrei impegnare un po’ di più, lo so, solo che così, comandata da un calendario, proprio non riesco), della (riscoperta) passione per la scrittura di Erba (ma solo per evitare che, alticcia al punto giusto, continui a rovesciare alcool sugli assisi al desco) e della presenza scenografica del nostro accompagnatore.

Di lui, di  me, di Erba e della serata potrei dirvi tante cose, ma quel che più mi è rimasto nel cuore è una gemella ostinazione nel perpetrare le proprie passioni.

C’è una libertà estrema dietro la meticolosa cura del proprio sentimento artistico, e c’è tutta una vita dentro l’opera che cresce tra le mani.

Se i miei quadri non danno quello che mi aspetto, allora per la rabbia picchio la testa contro il muro fin quando non sanguina. Così scriveva Mirò a Dalì e quest’ultimo, immaginando il muro sporco di sangue, gli rispondeva: Era lo stesso sangue che avevo io.

Quel sangue che unisce, inspiegabilmente,  la schiena storta dell’anonimo contadino, il tronco dell’ulivo piegato dalla tramontana al filante camembert degli orologi molli di Dalì.

Come se l’asimmetria che c’è nello stare al mondo venisse momentaneamente intercettata e blandita da un sentimento comune, da una stessa intrinseca appartenenza.

Marò, quanto sono profonda… 

… Meh*, scusate, ora vado a sciogliere corpi e orologi, per poi appuntire i baffi davanti all’avanguardia della mia prossima fregatura.

 

*Espressione idiomatica barese che prende spunto dal catalano e sta ad indicare Orsù, si è fatto tardi.

 

 
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categoria:cultura, arte, purtroppo erba